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La lana dimenticata d’Europa: storia, spreco e il futuro di una fibra sostenibile

Categoria

Articoli

Data di pubblicazione

20 Novembre 2025

L’oro Bianco Dimenticato d’Europa: il Paradosso della Lana che Buttiamo Via

Nel 2022, la produzione globale di fibre ha raggiunto 116 milioni di tonnellate, quasi il doppio rispetto al 2000 e, secondo le statistiche, è in crescita fino a un possibile 147 milioni entro il 2030. Di questa produzione le fibre vegetali come il cotone rappresentano il 25%, le fibre cellulosiche man-made (MMCF: tra cui viscosa, lyocell, modal e acetato) il 6%, più del 67% è rappresentato da fibre sintetiche, mentre la lana si ferma a circa  l’1%. Queste cifre stupiscono se si pensa che per millenni la produzione della lana è andata di pari passo con l’allevamento, il quale procurava di che nutrirsi, coprirsi e isolarsi. La produzione della lana ha accompagnato lo sviluppo economico e la ricchezza culturale dell’ occidente fin dall’epoca celtica, producendo un know-how, una ricchezza e un’identità culturale che si sono poi diffusi in tutto il mondo.

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Ancora oggi, l’Europa produce circa 200.000 tonnellate di lana grezza. Paradossalmente, gran parte di questa lana viene bruciata, interrata oppure spedita in Asia, in particolare in Cina e India, dove i costi per trasformarla in semilavorati o prodotti finiti sono inferiori, per poi tornare in Europa sotto varie forme, completando così un circolo poco virtuoso dal punto di vista dell’impatto ambientale, economico e culturale. Secondo i dati dell’European Wool Exchange (2023), il prezzo medio della lana europea è sceso al di sotto di 0,30 €/kg, un valore troppo basso per rendere sostenibile la lavorazione a livello locale. In certi casi per gli allevatori è addirittura più conveniente pagare per smaltirla. 

Secondo diverse fonti statistiche, l’Europa oggi importa complessivamente tra 100.000 e 200.000 tonnellate di prodotti lanieri all’anno, includendo lana grezza, filati di lana e tessili finiti; la lana proviene principalmente da Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica, mentre i paesi europei che importano di più, a seconda della categoria considerata, sono Italia, Germania, Francia e Repubblica Ceca .

Ne consegue che la lana non solo è uscita dall’uso comune ma che anche la poca rimasta non viene più lavorata in Europa, a vantaggio di fibre alternative e di paesi terzi con conseguente impatto sull’ambiente. Questo problema coinvolge tutti e ci dovrebbe incoraggiare a riflettere su un consumo più sostenibile dei materiali tessili.

Ma come siamo arrivati alla fast fashion?

I Celti commerciavano lana, i Romani la producevano su larga scala, organizzando impianti tessili nelle province del loro impero. Nel Medioevo, intorno alla lana nacquero classi sociali, rotte commerciali e intere città. Come una spina dorsale dell’economia europea, il tessuto contribuì allo sviluppo delle Fiandre, del Regno d’Inghilterra, ma anche della Castiglia e della Toscana. A Firenze, l’arte della lana impiegava circa un terzo della popolazione, mentre nel XII-XIII secolo l’esportazione del tessuto inglese era così centrale che Re Riccardo Cuor di Leone venne “riscattato in lana” dopo essere stato imprigionato dall’Imperatore Enrico VI a Vienna. I lanaioli furono tra i primi imprenditori moderni, e la qualità dei tessuti divenne motivo di orgoglio nazionale. Tra XV e XVIII secolo, la lana fu al centro della prima globalizzazione tessile. La scoperta dell’America e le nuove rotte commerciali introdussero fibre concorrenti, come il cotone e la seta, ma anche nuove opportunità di mercato. La colonizzazione portò all’esportazione di ovini in Australia e Sudafrica, gettando il germe di una produzione su scala mondiale estremamente redditizia, che avrebbe poi progressivamente soppiantato quella europea.

Dai pastori alle fabbriche, l’evoluzione della produzione di lana passa attraverso Grenger e Van Gogh.

Con la Rivoluzione Industriale, i telai meccanici e la filatura a vapore modificarono il carattere artigianale del settore: la produzione aumentò, e il controllo passò dalle mani dei lanaioli alle fabbriche. Dopo la Seconda guerra mondiale, i paesi europei gestivano ancora la  maggior parte della produzione della lana nel mondo, ma dagli anni ’70 la produzione si è spostata dove il lavoro costava meno. La delocalizzazione fece crollare il prezzo della lana grezza e fece scomparire filatoi, lanifici e saperi artigianali tramandati per secoli. E poi arrivarono il rayon, e le prime fibre sintetiche. Nel XIX secolo iniziarono i primi esperimenti di fibre artificiali, e nel 1891, in Francia, si ottenne la prima produzione commerciale di rayon, la cui produzione crebbe rapidamente, poiché costava circa la metà della seta naturale.  Nel corso del XX secolo, con l’industria petrolchimica, i tessuti sintetici conquistarono sempre più spazio. Una vera rivoluzione arrivò con il nylon, presentato nel 1939 alla Fiera Mondiale di New York. Usato inizialmente per le calze da donna, divenne presto un sostituto della seta, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, quando la seta veniva destinata all’industria bellica. A partire dagli anni ‘60, insieme ad altre fibre sintetiche come olefina, acrilico e poliestere, il nylon contribuì al boom dei tessuti “wash and wear”, facili da lavare, pratici e resistenti. Da allora, le fibre sintetiche, più economiche, più leggere e disponibili tutto l’anno si affermarono definitivamente come protagoniste dell’industria tessile moderna e della nascente società del consumo di massa.

La globalizzazione e la nascita della fast fashion

Delegando ad altri Paesi la produzione delle cose che indossiamo e compriamo, questo paradigma “Made in China, Consumed in Europe”  ha proiettato ombre lunghe e conseguenze profonde. Le grandi catene hanno imposto un modello rapido, economico e stagionale, che accorcia la vita dei capi e spinge a un consumo continuo. Negli ultimi vent’anni, il numero di capi acquistati in Europa è quasi raddoppiato, mentre la durata media dei vestiti è diminuita del 40%.

Ogni europeo getta via circa 11 kg di tessili all’anno, e meno dell’1% viene riciclato in nuovi abiti, mentre ne acquistano per circa 23 kg all’anno.

Il resto finisce incenerito, esportato o disperso nei paesi in via di sviluppo. Le fibre naturali, con i loro tempi lunghi e la loro cura più delicata, sono state relegate a nicchie di mercato.

In Europa, ogni cittadino consuma in media, per vestirsi:

Ma quanto ci costa questo stile di consumo?

E’ provato che i costi ambientali delle fibre sintetiche sono altissimi lungo tutta la linea di produzione, dalla trasformazione chimica allo smaltimento. Il solo il lavaggio di tessuti sintetici, rilascia residui che rappresentano il 35% delle microplastiche marine globali, le quali vengono poi  trovate negli nostri organismi. Ogni cittadino europeo genera, attraverso la produzione e il consumo di tessili, 270 kg di emissioni di CO₂ all’anno, consuma 400 m² di suolo e 391 kg di materie prime. E mentre importiamo fibre sintetiche a basso costo, oltre a inquinare importiamo dipendenza: da modelli produttivi non europei, da economie esterne, da materie prime non rinnovabili. Il paradosso è evidente: abbiamo sostituito una risorsa sostenibile con una fibra artificiale e oggi ne paghiamo il costo ecologico. La lana infatti risponde perfettamente ai requisiti dell’economia circolare. Le tonnellate di materiale che bruciamo potrebbero essere impiegate per isolamento termico, arredi, edilizia e ovviamente per l’abbigliamento. Il Problema è che la filiera laniera richiede numerosi passaggi, dalla tosatura, la selezione, il lavaggio, la cardatura, la filatura, la tintura, e infine la tessitura o la maglia. Ciascuno necessita di competenze specifiche, che Mad’in Europe ha descritto in un altro articolo, grazie al contributo di diversi artigiani della lana. Queste competenze, molto rare e preziose oggi, sopravvivono grazie a piccole realtà artigiane, le quali però non sono integrate in un sistema strutturato che coordini allevamento, raccolta, trasformazione e commercio e che rimangono quindi confinate in mercati di nicchia.

Si puó ricucire la filiera della lana?

egli ultimi anni qualcosa sta cambiando: la crisi ambientale ha riportato l’attenzione sulle fibre naturali e sui materiali rinnovabili, e la lana è tornata al centro del dibattito sulla sostenibilità. Non si tratta di semplice nostalgia: la lana offre ciò che le fibre sintetiche non possono garantire: traspirabilità, durabilità, biodegradabilità e un legame profondo con i territori. Anche l’Unione Europea ha iniziato a riconoscere il valore strategico delle fibre naturali locali. In questo contesto si inserisce il lavoro di LAINAMAC, associazione francese fondata nel 2009 e dedicata alla valorizzazione delle lane locali e dei saperi artigianali. L’organizzazione sostiene l’intera filiera attraverso la formazione, la consulenza alle imprese e la promozione di produzioni tracciabili e territoriali. Tra le sue iniziative spiccano i workshop tecnici sul feltraggio, la tintura naturale e la filatura, le residenze creative per designer e artigiani, e programmi di accompagnamento professionale che favoriscono la rilocalizzazione delle attività lanose. Grazie a queste azioni, LAINAMAC contribuisce concretamente alla rinascita di una filiera della lana più sostenibile, innovativa e radicata nei territori.

Un altro esempio edificante è quello dell’Harris Tweed nelle Ebridi Esterne (vedi articolo di MIE) , dove una comunità insulare è riuscita a costruire un modello di business innovativo basato su una produzione interamente locale, protetta e regolata da un ente di certificazione indipendente. Lì la tessitura avviene ancora a mano, nelle case dei “weavers”, dimostrando come la qualità, la tracciabilità e il radicamento territoriale possano diventare un vero vantaggio competitivo. Questo modello dimostra che, quando una filiera punta su identità, autenticità e valore aggiunto, la lana può tornare a essere un motore economico vitale anche in contesti periferici. Nel 2022, la EU Strategy for Sustainable and Circular Textiles ha indicato la necessità di ridurre la dipendenza da fibre sintetiche, promuovere la riparazione, il riciclo e la valorizzazione delle filiere corte, sottolineando l’importanza dei materiali tradizionali e delle economie territoriali. Il nuovo Regolamento sui rifiuti tessili, attuato dal 2025, obbligherà gli Stati membri a organizzare sistemi di raccolta selettiva e recupero: una svolta che apre la possibilità di riconoscere la lana non come scarto, ma come risorsa. Ma alla fine, il rilancio della filiera della lana dipende da noi, consumatori accaniti e spesso distratti, che con un semplice gesto d’acquisto possiamo alimentare modelli insostenibili oppure ridare forza a una materia antica e virtuosa. Senza una piena consapevolezza dell’impatto della fast fashion, dei ritmi che impone al pianeta e del valore delle filiere locali, non possiamo davvero cambiare le cose. Serve più comunicazione, più sensibilizzazione, più curiosità e più volontà di informarsi, perché solo conoscendo possiamo scegliere. E, in fondo, il futuro della lana è nelle nostre mani: nelle nostre scelte quotidiane, nella nostra capacità di privilegiare ciò che dura rispetto a ciò che passa.

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