“Nel lungo dialogo tra i materiali e il suono”, racconta l’artigiano italiano Emanuele Dubini, “Pochi oggetti parlano tanto quanto il plektron, ‘ciò che colpisce’.”
Per secoli, la tartaruga è stata considerata il materiale perfetto: caldo, elastico ed elegante. Il suo utilizzo, tuttavia, è stato vietato nel 1973 dalla Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione.
Il XIX secolo segnò una svolta con l’invenzione della celluloide, la prima plastica moderna. Essa permise di riprodurre la flessibilità della tartaruga senza togliere più alcuna vita. Il plettro entrò così nell’era industriale, ma perse la sua anima artigianale. Legno, osso e metallo sono stati utilizzati nei secoli, mentre ogni epoca ha cercato nel plettro il perfetto equilibrio tra resistenza e sensibilità, forza e tocco.
Dalla Tartaruga alla Moneta: il Viaggio del Plettro attraverso la Materia e il Tempo
Per molti chitarristi, scegliere un plettro è un atto di identità, un modo per modellare la propria voce.
Brian May, il leggendario chitarrista dei Queen, usa da anni una moneta da sei pence al posto del plettro, preferendo quelle coniate prima del 1950, quando il contenuto di nichel era più alto. “Con la plastica non riesco a sentire le corde”, ha spiegato. “Con la moneta sì, ogni vibrazione passa attraverso le mie dita.”
Il plettro arancione di Kurt Cobain, usato per la registrazione di Nevermind e poi diventato il plettro più costoso mai venduto all’asta, portava il disegno di una tartaruga, un richiamo simbolico alla tartaruga come materiale originario. La tartaruga rimane ancora oggi un’icona molto comune tra i produttori di plettri.
Il ritorno alla Manifattura: Emanuele Dubini
Oggi, nel suo laboratorio italiano OZ Instruments, l’artigiano Emanuele Dubini riporta il plettro alla sua essenza originaria. Ogni pezzo nasce da materiali naturali di alta qualità come l’ebano del Gabon, l’osso e il corno, ed è scolpito interamente a mano.
£”Ho studiato le sagome originali dei plettri artigianali della metà e della fine dell’Ottocento, quando erano realizzati dagli stessi musicisti o dai liutai con corno e osso bovino, corteccia e legni locali”, spiega. ” Osservando vari profili di appoggio del braccio di chitarre elettriche antiche e moderne, ho esplorato e sperimentato un concetto ergonomico in cui i materiali tradizionali incontrano modi moderni e naturali di impugnare e suonare lo strumento. Questo approccio sottile è oggi apprezzato da musicisti professionisti e amanti della musica in tutto il mondo.”
La ricerca di Dubini non è solo estetica, ma anche ergonomica e sonora: il plettro deve adattarsi al corpo come un’estensione della mano, vibrando in armonia con chi lo tiene.
I suoi studi acustici esplorano come i materiali tradizionali e innovativi arricchiscano il timbro e la dinamica. Ogni pezzo è scelto con cura per la sua densità, il peso specifico, la struttura e la risposta sonora, offrendo diverse possibilità espressive.
“Fino al XIX secolo”, continua Dubini, “era consuetudine che i musicisti realizzassero da soli i propri plettri o li facessero creare da liutai di fiducia. Ciò permetteva loro di ottenere le caratteristiche desiderate e di coltivare un suono personale e distintivo. Il plettro era considerato una parte integrante dello strumento musicale, un complemento più che un accessorio. “
Basandosi sul suo studio della liuteria, Dubini ha riportato in vita questa tradizione dei plettri fatti a mano, utilizzando legni locali ed esotici, osso, corno e altre sostanze naturali. Il suo obiettivo è creare oggetti che si armonizzino con i componenti dello strumento, mettendo in risalto forme spesse ed ergonomiche.
“Lavoro esclusivamente a mano. Divido la mia produzione tra modelli realizzati interamente con strumenti manuali e altri che combinano strumenti manuali e meccanici.”
“Il mio processo si basa su tecniche scultoree: inizio ispessendo il materiale, che sia legno, osso, corno, noce o metallo, poi traccio la forma con un seghetto da orefice, rifinisco i bordi manualmente con lime o carta abrasiva e passo alla scultura delle punte, dei bordi e delle smussature ergonomiche. Infine levigo le superfici e le rifinisco con olio o cera per proteggere il materiale e valorizzarne la vitalità.”
Animato da un profondo rispetto per la natura, Dubini lavora quasi esclusivamente con materiali naturali e certificati. I legni provengono da artigiani locali o da laboratori di liutai, mentre corno e osso sono ottenuti solo da animali morti naturalmente. Ogni plettro è rifinito con olio naturale o cera d’api, e Dubini produce anche i propri pigmenti e soluzioni per ottenere tonalità ed effetti unici.







“Do importanza non solo alla costruzione del plettro e alla scelta dei materiali », spiega, « ma anche al comfort del musicista. I miei modelli sono progettati con attenzione all’ergonomia, con plettri più spessi e linee di presa che possono aiutare ad alleviare problemi come artrite, artrosi, tunnel carpale o danni ai nervi. Privilegiando l’ergonomia, cerco di perfezionare la forma di un oggetto pensato appositamente per la suonabilità, proprio come l’evoluzione del poggiamento del mento del violino o il corpo arrotondato del liuto che accoglie il braccio.
Questa filosofia di design permette ai musicisti di suonare con naturalezza e di continuare a creare musica.”
La filosofia di Dubini si basa sull’attenzione e sulla cura per i materiali e le forme, affinché la musica resti legata alla natura e i musicisti mantengano un legame con se stessi.
“I materiali che utilizzo per costruire i plettri”, afferma, “Sono gli stessi usati per gli strumenti musicali, collegando il loro timbro in modo che entrambi beneficino delle stesse proprietà acustiche.”
“I materiali che scelgo, come osso bovino, di cammello, di bufalo e ottone, sono gli stessi utilizzati per il capotasto e il ponticello degli strumenti”, spiega. “Allo stesso modo, legni duri come l’ebano del Gabon o lo ziricote sono spesso impiegati per le tastiere o i ponti, mentre legni teneri come l’acero o il mogano vengono usati per il corpo e il manico.
In questo modo il timbro del plettro e quello dello strumento risuonano insieme.”
“Ogni plettro diventa un ponte tra passato e presente, funzionale ma anche erede di una storia che continua a risuonare nelle mani dei musicisti.”
Conclude: « Il mio obiettivo è unire arte, gesto e suono in un equilibrio fragile ma perfetto, mantenendo vivo il legame tra materia, natura e musica. Voglio che ogni musicista senta questa connessione quando suona. »
Nelle sue creazioni, Dubini ritrova la stessa alchimia che accompagna il plettro da tremila anni: la capacità di unire arte, gesto e suono in un equilibrio fragile ma perfetto. Un piccolo strumento, sì, ma capace di raccontare la storia più antica del mondo, quella tra materia e musica.




